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Aig. Noire de Peutèrey - Cresta Sud (di Roberto Giovanetto)

Sulla Cresta Sud dell'Aig. Noire... 25 anni dopo

La cresta IERI

Settembre 1982: poco più che ventenne, alle 5 del mattino sono in cammino sul ripido sentiero che sale al bivacco Borelli. Dopo avere trascorso l’estate in Piantonetto e Valle Orco a “farmi le ossa” ho deciso di affrontare questa che per me rappresenta la prima “grande via” in montagna. Lo zaino è pesante, fanno parte dell’attrezzatura sacco a pelo, fornelletto Camping-Gas, moschettoni e rinvii, nuts ed excentric a volontà, chiodi e martello, scarpette da arrampicata (le mitiche Asolo Canyon !), una corda singola (11 mm.!) di 45 metri. Il nostro programma non prevede la sosta al rifugio e quindi proseguiamo direttamente verso l’attacco della via. La sera sopraggiunge quando abbiamo appena oltrepassato la punta Brendel, speravamo di superare anche la Ottoz in cui ci sono i passaggi più impegnativi ma pazienza, ci concediamo il bivacco. E’ il mio primo bivacco in parete, ci siamo solo noi su questa montagna ed il senso di isolamento è totale; emozione ed angoscia si alternano durante la notte in cui non chiudo occhio e sembra interminabile. Il mattino dopo ci svegliamo avvolti dalle nuvole, eppure due giorni prima avevo telefonato al Rifugio Torino dove hanno sempre il meteo di Chamonix e davano bello…evidentemente mi manca qualche aggiornamento ! Il tempo comunque si mantiene “solo” nuvoloso, impieghiamo ancora diverse ore per arrivare alle cenge finali e qui decidiamo di non salire alla vetta ma di scendere subito data la stanchezza e le incognite della discesa che comunque riusciamo a portare a termine senza problemi nonostante la scarsa visibilità. In serata siamo alla macchina, sono stanco morto ma contento: ho superato “l’esame” e penso già al prossimo…


sulla Sud OGGI

Settembre 2007: dopo avere incrociato un’ultima volta su Internet i vari Meteo Svizzera, Chamonix, Valle D’Aosta e Nimbus chiamo Stefano e gli confermo che si può andare. Arriviamo agevolmente al Borelli grazie anche alla ferrata e troviamo un simpatico gestore che ci prepara un piatto di pasta che accompagno con un buon bicchiere di vino, oltre a noi ci sono 2 francesi che puntano a fare la cresta in giornata senza bivacco. Ogni tanto squilla un cellulare, mi chiama Marco (gestore del Rifugio Monte Bianco) e mi assicura che c’è “copertura” Tim e Vodafone su tutto l’intero percorso della cresta sia in salita che in discesa quindi se qualcosa dovesse andare storto non abbiamo da preoccuparci, in pochi minuti saremo prelevati dall’elicottero e depositati al sicuro come capita a molti (?) Meraviglie del progresso…
verso la vetta La mattina alle 5 lasciamo il rifugio, il materiale nello zaino è ridotto all’essenziale: sacco da bivacco extra-light (peccato però non tenga molto caldo…), micro-fornelletto MSR, 8 rinvii, 5 frends, qualche cordino da lascio, una corda (8,6 mm.) da 60 mt. e le mie Mytos extra-large che posso tenere nei piedi per 12 ore senza slacciare; rispetto all’altra volta la zaino è più leggero, peccato solo per i 25 anni in più sul groppone…
Stefano nel bivacco La nostra progressione non è veloce ma costante ed arriviamo sotto l’ultima torre (la Bich) che è quasi buio; finalmente troviamo una discreta cengia con a pochi metri una chiazza di neve (gran botta di culo…) che illumino con la frontale dicendo a Stefano con aria di sicurezza: “ti avevo garantito che non avremo patito la sete, no ?”. La piccola piazzuola è molto “panoramica” e Stefano mi chiede se non sia il caso di legarci: “scusa ma a casa mica cadi ancora dal letto, no?” - gli rispondo io – “si, ma sotto il letto ho il pavimento a 40 cm. qui sotto c’è la Val Veny a 2.000 metri !” – mi fa notare lui – “ok” –dico- “allora stai tu contro la parete così il panorama me lo gusto io!”. La notte è splendida (e vorrei vedere, con tutti i bollettini che lo garantivano!), al “fresco” nel mio sacco extra-light accendo il Nokia per il salutino d’obbligo alla morosa e poi sento Marco, che dal Rifugio Monte Bianco ha seguito la nostra salita con il telescopio e mi dice di puntare il fascio della frontale verso valle che dovrebbe vederlo e così è ! Sorprendente, altro che isolamento… Oltre a noi sulla cresta di discesa dovrebbero esserci i 2 francesi che non sono riusciti a scendere prima del buio e passeranno la notte senza la roba da bivacco, non li invidio perché fa piuttosto freddo. Sono molto sereno, pur sapendo che il giorno dopo ci aspetterà ancora una discesa lunga e complicata.
la vetta Il mattino seguente partiamo verso le sette e la roccia gelida sulle mani ci dà subito una bella “legnata”; alle 9,30 siamo in vetta e fotografo Stefano vicino alla Madonnina cercando di prendere anche lo sfondo altrimenti poi gli amici gli dicono che è sul Gran Paradiso! La discesa non è solo lunga ma eterna, pur non sbagliando percorso mi posso rilassare solo quando posiamo i piedi sui nevai del Combalet verso le 19.
Rientriamo alla macchina con le pile frontali chiacchierando allegramente e siamo entrambi felici, lui per la salita che ambiva da tempo ed io perché è andato tutto bene: condurre una persona su una lunga via di montagna senza imprevisti spiacevoli è sempre una bella soddisfazione per una guida. Immancabilmente si comincia a parlare di quale sarà la prossima salita ed in questi momenti di entusiasmo si è portati a “spararle” sempre grosse !
Con un ultimo sguardo alla sagoma scura della cresta sud penso con un po’ di tristezza che arriverà anche il giorno in cui non potrò più concedermi queste piccole avventure, però in questo momento lo sento ancora lontano…

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